Aneddoti pubblici e privati del “Poeta di Roma”, con la supervisione artistica di Nicola Pistoia.
Lo spettacolo, scritto a quattro mani dall’autore-interprete Ariele Vincenti con Manfredi Rutelli, va in scena il 12 e 13 aprile al Teatro Domma di Roma Acilia. La storia parte dai racconti di famiglia cioè da un nonno, che era un guardiano dello zoo di Roma e si intratteneva ogni tanto in osteria con il grande poeta romano. Da qui il titolo “La tovaglia di Trilussa”.
“E’ un nonno immaginario – spiega Vincenti – nel senso che serviva un pretesto drammaturgico per raccontare la storia. Allora siamo partiti dall’aneddoto trovato su un libro, che raccontava come Trilussa in tutta la sua vita fosse andato sempre a mangiare in osteria ed in periodi economicamente difficili, soprattutto dopo la guerra, per pagare scriveva dei versi sulla tovaglia di carta che strappava e consegnava all’oste.”
Questo è stato un po’ il collante drammaturgico tra un aneddoto ed una poesia declamata in scena, per viaggiare nella Roma “di una volta” vista da un tavolo di osteria.

Una vita avventurosa, quella di Trilussa, che lo ha portato dagli inizi nei caffè concerto alle tournée con cui ha girato un po’ dappertutto in Europa e Sud America.
Il suo innato senso di libertà si riflette nel rapporto col potere – verso cui sfodera la sua ironia disincantata – con le donne, a cui riserva amori incostanti, e con il denaro spesso sperperato.
Carlo Alberto Salustri (1871 –1950), cognome trasformato nell’anagramma Trilussa, era assolutamente amato dalle donne, essendo bellissimo – alto due metri, affascinante, molto elegante, eccentrico anche nel vestire. “Quando metteva una cravatta, un fazzoletto nuovo o un cappello nuovo – racconta Vincenti – i giorni successivi tutti lo compravano.” Stessa cosa succedeva con le poesie che scriveva sulle ragazze di Roma e che venivano pubblicate su una rivista popolare. Le stesse protagoniste facevano la fila per comprare la rivista, perché speravano che ci fosse la poesia dedicata a loro.
Trilussa ha scritto in dialetto, la lingua madre di chi per secoli ha scritto le “pasquinate”, non solo per la sua irriverenza naturale, ma soprattutto perché concepita per essere capita dal popolo. Nonostante scrivesse in dialetto era stimatissimo dagli intellettuali dell’epoca: con Pirandello erano amici; Elsa Morante gli faceva leggere le sue prime cose; Eduardo De Filippo gli chiese il permesso di poter tradurre in napoletano le sue poesie, forse anche perché non esisteva una grande tradizione satirica napoletana, ma maggiore predilezione per la canzone partenopea.
Uno spettacolo popolare e colto allo stesso tempo, come tutto il teatro di Ariele Vincenti (basti pensare al suo primo monologo “Marocchinate”, scritto con Simone Cristicchi nel 2016, ndr), impegnato nella missione di fare teatro per tutti, con progetti che avvicinino il pubblico, e consapevole di poter conquistare la fiducia della gente attraverso storie vere, storie belle che gli urge raccontare. Così la passione per il teatro può unire attori e spettatori.
Margherita De Donato

12 aprile – ore 21:00
13 aprile – ore 17:00
LA TOVAGLIA DI TRILUSSA
di Ariele Vincenti e Manfredi Rutelli
con ARIELE VINCENTI
Consulenza registica di Nicola Pistoia
Musiche dal vivo del M° Pino Cangialosi
Il ritratto di Trilussa è di Riccardo Beetroot
Foto di Francesco Nannarelli
via di Macchia Saponara, 106
cell. 3286077138
